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Rassegna stampa d'epoca

Cose di Scuola

COSE DI SCUOLA

Settembre muore tra luci calde e ricchezza di colori. Le scuole sono riaperte. La tenera mammina attende con ansia il suo piccolo caro, che non s’era mai staccato da lei … e forse chiama … piange certamente.

            Come trepida il suo cuore, in quelle ore così lunghe! Ma eccolo, festoso : ”Mamma, abbiamo giocato, abbiamo cantato …quante belle figurine sulla lavagna … la Maestra è buona … Gigi non ha risposto bene … io sì … (oh, la fierezza di quel cosino di sei anni!).

            Mammina sente una punta di gelosia al cuore … ma si consola: è il primo giorno! … No, il domani e i giorni seguenti il bimbo chiede di andare a scuola, sempre felice. Ogni nuova cosa che impara gli dà la gioia di una conquista: trova nella scuola rinnovata un ambiente che risponde alle sue tendenze. Non lavoro opprimente: le osservazioni dirette della natura e quelle suscitate dalla Maestra gli danno il desiderio di scrivere, di leggere … così la lettura, la scrittura, il disegno sono premi alla sua attività. Si abitua operoso per essere disciplinato.

            La maestra è tutta energia d’amore, tutta comprensione: sa rendere con freschezza ed efficacia la scuola attiva mediante accorgimenti che agiscono insensibilmente su tutta la vita dello scolaro, ne formano il carattere, sollevano l’alunno a squisite sensibilità. E la scuola con locali rispondenti alle moderne esigenze dell’igiene, intonate a distinzione, decorate con signorilità, con abbellimenti floreali, nutre in lui il desiderio del bello.

            Il bambino ama muoversi ed il lavoro manuale, la recitazione, gli esercizi ritmici soddisfano alla sua natura e gli danno movimenti sobrii ed eleganti a un tempo.

            E il piccolo è abituato così ad osservare, a meditare, ad esprimere il pensiero schiettamente, con la parola, con lo scritto, col disegno.

            Sì … dopo un semestre di scuola legge correttamente, conta con sveltezza (oh, non sulle dita!) e scrive il diario: i pensierini che gli fioriscono nella mente e nel cuore a richiamo di impressioni avute e di considerazioni personali.

            E la paziente Maestra è orgogliosa di questo svolgersi di una vita interna, che è frutto della Riforma e del suo lavoro.

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            Chiarità di cielo, serenità di anime. I passeri cinguettanti sugli ippocastani del Viale Cavour rispondono al cinguettio dei passeretti chiusi nel grande edificio bianco, che pare un garrulo falausterio, un albergo del bene. E le voci della scuola, voci di vita dello spirito che si svolge, si spandono piene di dolce poesia.

            Il ticchettio del badile dello stradino comunale, rombi di motori, voci di guidatori che spronano tardi quadrupedi, si uniscono a quel ritmo di vita. Poi lento, soave da gole fresche si leva un canto che è preghiera e pura gioia e sale candidamente a Chi sentiamo Creatore e animatore della vita del mondo: “Padre, che sei ne’ Cieli …”

            A breve intervallo dall’angolo dell’edificio: “Di Roma, o sol, mai possa tu …” “limpido, marziale, possente, il bell’inno si spande nell’aria e par di vedere lo sguardo, il gesto, il sentimento caldo della scolaresca animata da un nuovo spirito di gloria e di audacia.

            E più in là, tutto gaiezza, risuona il canto ritmico dei piccoli e le battute, i passi a cadenza sembran scrosci di risate della schiera canora. Così una ghirlanda di canti s’intreccia lì intorno.

            Lo stradino, il passante scettico e ignaro delle divine leggi di natura, scrollando il capo mormorano: “Quanto tempo perduto! Così i ragazzi non imparano! Quando s’andava a scuola noi …!”

            La scuola allora non rispettava la personalità del fanciullo, del quale soffocava la spontaneità delle manifestazioni infantili. Cantò l’umanità fanciulla, cantano i selvaggi le loro nenie; dalle officine e dai campi s’eleva giocando il canto del lavoro: perché non dovrebbe cantare lo scolaro? C’è sempre dentro di noi qualche cosa che canta: il piccolo esplica la sua gioia imitando il canto degli uccelli: l’uomo canta per dar sfogo al suo spirito variamente commosso: l’italiano canta perché ha nel cuore le divine melodie della sua terra e nel canto raffina e solleva lo spirito. “Canta che ti passa ….” Consigliava il compagno al nostalgico fante, là nella trincea. Il canto è anche ottima ginnastica degli organi vocali: i ragazzi abbian dunque la gioia di cantare i begli inni che esaltano le idealità della Patria.

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            Davanti a una cartoleria, in Corso Garibaldi, dove la gente frettolosa pare che scivoli sul lucido lastricato. Si incontrano due mamme: una esce, l’altra sta per entrare. Convenevoli d’uso. “Sempre a spender denaro, eh, con questi benedetti figliuoli …!”

            “Già, anche il disegno ora nelle scuole, e a colori!! Per Gino il corredo d’acquerellista, per il piccolo i pastelli. Sciupìo inutile. Non si vorrà formare dei nostri ragazzi solo degli artisti?!

            No, mammina economa, no. Il disegno nella scuola non ha l’intento di formare degli artisti. E’ un libero gioco a sfogo del bisogno di espressione che c’è nel bambino. Perché ostinarvi in questa incomprensione ostile? Osservate i lavori delle vostre creature e vedrete che una luce nuova si irradierà da essi: comprenderete come il disegno dia ai fanciulli il mezzo per esprimere con immediatezza le prime impressioni di scuola, come serva di preparazione alla scrittura e saprete il diletto che il bimbo ha dal disegno conteggio, anche per l’attrazione dei colori. Co’ suoi pastelli dalla gamma sgargiante il bimbo osa tutto e non si vergogna de’ suoi scarabocchi, a cui egli dà una vita fresca, naturale che è spontanea espressione linguistica. Quale migliore riposo mentale per il bimbo, di quello del disegno – giuoco?

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            La tranquilla via Felice Cavallotti è vegliata da un gaio movimento. “Un … due … un … due … passo! …” e la lunga schiera composta, guidata dal caposquadra dalla croce grigio – azzurra, sorvegliata dall’Insegnante, passa con tanta luce di fede, di ardore, di forza negli occhi belli. S’affaccia gente alle porte, ai negozi: è sempre uno spettacolo che attira quella giovinezza che ci investe col frescore di una fontana. Sono Balilla (ormai son tutti Balilla i ragazzi!) che s’avviano al Campo Sportivo per l’educazione fisica, la quale rende virile e sana la fanciullezza.

            Ora è come una gran macchia bianca che s’avanza ondeggiando a cadenza: le Piccole Italiane vanno a prepararsi per un trattenimento di recitazione briosa e garbata che dà grazie e spigliatezza al portamento e abitua all’espressione di gentili sentimenti.

            E quando festose echeggiano le campane delle nostre torri è la volta della lunghissima fila di maschietti e di bimbe, che s’affrettano al locale ove è attrezzato il Refettorio Scolastico ideato dal Direttore Didattico Cesare Piccinini. Là con ogni comodità, amorevolmente assistiti, i ragazzi consumano in letizia un cibo sano, nutriente, gustoso al palato infantile.

            Il popolo che vede non mormora più, non biasima più l’esodo dalle aule: è guadagnato alla causa della scuola. Quando osserva i bei germogli di nostra stirpe sfilare al rullo dei tamburi e li ammira nelle esercitazioni e nelle gare, fieri e promettenti, non può nascondere un senso d’orgoglio e di gratitudine per le Provvidenze del Regime.

            Sa che quella salute e quelle robustezze devono fare dell’Italia il paese più sano e più forte e che il crescente vigore fisico sarà accompagnato da un equivalente sviluppo delle energie spirituali e morali, atte a risvegliare a nuova vita gli antichi ideali della Romanità.

ZOE GAVAZZI

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