Bettola dall'alto
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Val Tidone
Rassegna stampa d'epoca

Fiamme Cremisi

FIAMME CREMISI

            Mio padre, bersagliere irriducibile, lesse con una smorfia la mia domanda di ammissione al Corso Allievi Ufficiali presso il … fanteria a Milano, stracciò il foglio, mi consegnò energicamente un calcio sul fondo dei pantaloni e mi disse con tono che non ammetteva replica: “Ti han già dato abile per i Bersaglieri; andrai al plotone allievi ufficiali bersaglieri a Roma!”.

            Non fiatai perché, in fondo, l’ambizione del piumetto era notevole in me, e perché mio padre non ammetteva discussione sulle sue decisioni di capofamiglia. E andai a Roma.

            Ricordo che alla stazione c’era a ricevere i contingenti un bellissimo sergentino dei bersaglieri; aveva un pennacchio che gli toccava metà braccio, una mantellina nera alla brava e certi occhietti furbi e penetranti che avrebbero fatto capitolare un esercito di belle ragazze. Ci portò a S. Francesco a Ripa. Nel cortile gran confusione di borghesi e di bersaglieri che formavan crocchi e discutevano.

            Il plotone era per 100 allievi, e noi eravamo più di 300! Che cosa sarebbe successo?

            Il colonnello ordinò una revisione generale delle condizioni fisiche di ciascuno; e cominciarono gli scarti per deficienza toracica. Io sapevo che ero 93 cm. di … turacciolo e stavo queto. Cinquanta disgraziati ripresero le loro robe e – magra consolazione – ebbero libertà di scelta per un reggimento di fanteria. Gli altri 250 furono messi per quattro e, con qualche caporalone qua e là - fanfara al centro del cortile – iniziarono una diabolica corsa di resistenza.

            Io ero sempre stato uno dei più famigerati scalzacani del mio paese e di corse a perdifiato – specialmente quando facevo coi miei compagni qualche prelevamento campestre – ne avevo fatte chissà quante mai. Quindi andavo leggero e svelto come una lepre. E poi – perché non dirlo? – m’ero portato il più trito e sberciato paio di scarpe da casa, per poi buttarle via, appena imbersaglierato, e potete ben immaginare con quanta gioia i miei piedi si distendevano in assoluta libertà durante quella interminabile corsa!

            I miei colleghi sbuffavano, mezzo azzoppati da scarpe scellerate, o strangolati da colletti duri e da abitini attillati; duravano fatica a tenere il passo, cedevano, a un’esortazione riprendevano, poi, di schianto, abbandonavano la corsa.

            Subito erano agguantati da un feroce sottufficiale che prendeva nome e cognome e con un ghigno beffardo li mandava nel gruppo degli … scalcinati. Così 20, 30, 40, 50, ad uno ad uno dovettero rimangiarsi la voglia delle penne: fra essi ne vidi parecchi piangere, immusoniti dal dispiacere; altri, per darsi un contegno, non mancavano di lanciare frizzi ad ogni nostro passaggio. Ma, caspita, era quasi un’ora che si correva, e il terribile colonnello era sempre lì, impalato in mezzo al cortile, seguendo con l’occhio le diradate squadre ormai esauste.

            E io? Io, duro e instancabile. Guardavo attorno a me le probabili ultime vittime … dovevamo ben ridurci a 100, e nessuno mollava. Io correvo a lato di De Mori, un campione podista, che poi mi fu amicissimo, e morì valorosamente in guerra; ci guardavamo ridendo, ridevamo di qualche zuccone che disperatamente la tirava coi denti, e via! – Dai! Dai pure! La finirà bene questa maledetta corsa! Al 60° minuto un alt formidabile e un urlo di gioia.

            Parlò il colonnello: “Ragazzi mi piange il cuore a costringervi a un ultimo e disperato sforzo: siete bravi tutti! Però … però il plotone dovrebbe essere di 100 allievi e voi siete ancora in 150! Come facciamo qui? Beh: 50 li perderemo in seguito, al 1° esame di caporale. Andate nelle camerate a vestirvi da bersaglieri!”.

            Volammo raggianti e in rumorosa allegria avemmo il famigerato bottino che è poi l’equipaggiamento. Io ebbi due scarpe che parevan due bigonce, una giacchetta deficiente di maniche, che si abbottonava una spanna sotto il mento e così corta da lasciarmi scoperti gli emisferi: ebbi un cappellone da bersagliere immenso come la misericordia e un pennacchietto povero cole l’agonia. Quando mi misi quelle robe, scoppiò un uragano formidabile di risate, e mi piovve addosso un diluvio di scarpe, di coperte e di pagnotte; ma buon per me che seppi fare lo spiritoso. Il mio caporalino di squadra, Bisagno – un genovese come il suo cognome – mi aiutò a scambiare qualche indumento, mi rivestì da capo e mi insegnò a portare il cappello quasi verticale sulla testa e non a … bilanciarm!

            Raffazzonato alla meglio, alla sera io gironzolai per Roma col portamento di un conquistatore: ma con la testa in ebollizione per i regolamenti imparati a furia e col timore delle severe sanzioni minacciate a ogni paragrafo, chissà mai quanti portieri d’albergo scambiati per generali si ebbero l’omaggio del mio saluto bersaglieresco – perfetta ordinanza! Il mio cappello, poi, mi segava la testa, ma ci badavo io forse? Io guardavo le belle ragazze, e mi pareva che tutte si innamorassero di me. Oh, beate illusioni dei vent’anni! Naturalmente giudicai indispensabile farmi fotografare; e infatti un cafone fotografo premiato, specialista della materia, mi ritrasse nella più ridicola e amena posa, standardizzata, del resto, per tutti i militari spaesati: una gamba sull’altra, mano destra sulla spalliera di una sgangherata poltrona, sigaretta a una spanna dalla bocca, occhi ebeti, muso idiota fisso nell’obbiettivo…

            Ho riveduto, non è molto, questa mia fotografia, e ne ho riso di cuore: ma allora mi piacque, chè mi parve degna di … Lamarmora; e ahimè! Ebbi l’infelice idea di mandarla a molta gente perché tutti mi ammirassero e mi invidiassero! Del resto, mi dirozzai alla svelta, e vi assicuro che quattro mesi dopo ero un caporalino irresistibile! Non parliamo, poi, del mio fascino bersaglieresco, quando, dopo altri quattro mesi, misi i galloni d’oro di sergente! Mi rovinai le finanze per comperarmi una divisa attillatissima, fuori ordinanza; feci un debito rovinoso per possedere il più portentoso piumetto, e toccai il cielo allorché, dovendo i sergenti essere distribuiti fra i 12 reggimenti, in preparazione degli esami da sottotenente, io chiesi e ottenni il trasferimento al 12°, a Milano.

            La mia bella s’era nel frattempo consolata della mia assenza, passando ad altri amori; ma che importava? Ne avrei trovate almeno altre cento.

            Ormai mi ritenevo sicuro delle spalline che eran lì, a breve scadenza, e non stavo più in me dalla gioia.

            Agli esami – perché non dirlo? – riuscii primo in classifica, e nel Gennaio 1915 mi trovai a Bologna elegante e sbarbatello sottotenente al 6°. Da perfetto bersagliere, percorsi la mia carriera a passo di corsa; ed eccomi nel 1916 tenente e 1917 capitano. Con un po’ di piombo nella carne e un po’ d’azzurro sul petto, ho rischiato l’anno dopo di mettere il … listone di maggiore, e vi assicuro che, se la guerra durava ancora un po’ arrivavo a farmi beccare la testa dall’aquila generalesca!

            Ma la guerra finì, per la fortuna e la gloria dell’Italia; e di tutto il mio passato bersegliaresco, ora una sola cosa mi rimane e mi è cara: il mio piumetto.

LODOVICO LOMMI

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