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Intervista a Rino Bertoni sulla Zobia

INTERVISTA A RINO BERTONI SULLA ZOBIA, IL CARNEVALE DELLA TRADIZIONE FIORENZUOLANA

Rino Bertoni, classe 1957, è nato a Piacenza, ma vive a Fiorenzuola; ha svolto una ricerca in ambito universitario sulle origini del carnevale di Fiorenzuola che è poi stata pubblicata nel 2001 dalla casa editrice Vicolo del Pavone con il titolo Andiamo in Zobia. Tradizione e estetica del Carnevale Fiorenzuolano.

Come è nata l'idea di questa ricerca e quali sono stati i suoi campi d'indagine?

Tra il 1990 e il 1991 dovevo sostenere un esame di drammaturgia al DAMS di Bologna e pensai di approfondire gli aspetti di questa festa locale, il carnevale della Zobia, che nel decennio precedente la mia indagine, gli anni’80 del secolo scorso, era molto sentita dai cittadini fiorenzuolani e che, nonostante il suo preponderante carattere d’improvvisazione, vantava profonde radici che la legavano alle maschere popolari del teatro italiano.

Per la ricerca mi sono orientato lungo due direzioni principali: la prima è un libro, fondamentale, di Paolo Toschi, intitolato Le origini del teatro italiano, una summa che traccia le origini del nostro teatro a partire dalle feste e dalle tradizioni popolari antiche; la seconda è un articolo di Umberto Eco, intitolato Il comico e la regola, edito per la rivista «Alfabeta» n° 21 del 1980, in cui l’autore analizza un tipo di comicità che ben si addice a quella carnevalesca e chiamata “realismo grottesco”.

Qual è il significato del termine Zobia?

 

Il termine Zobia ha origini medioevali e deriva da iovia, cioè giovedì, con riferimento al giovedì grasso, giorno d'inizio della festa. Ma la Zobia è anche una stregaccia, una donna cattiva, personificazione della cosiddetta "vecchia". Nel Medioevo nel settentrione d’Italia, per la festa di carnevale si formava un corteo nel quale si esibivano le varie maschere; davanti al corteo stavano arlecchino e la “vecchia”, che, per le usanze del tempo e fino al XVI secolo, altri non era che un uomo travestito da vecchia, spesso accompagnato da un fantoccio-feticcio che veniva bruciato l’ultimo giorno di carnevale ad espiazione dei mali dell’anno. Ciò che rendeva cattiva la vecchia era il suo simbolico porsi come la referente di tutte le problematiche che si potevano creare tra il nucleo familiare e la società.

Quali sono i tratti distintivi del carnevale di Fiorenzuola?

 

Parlando della Zobia emerge soprattutto la maschera dell'ebreo, poiché a Fiorenzuola si insediò una comunità ebraica non numerosa ma molto ricca che, sfruttando alcune leggi, diventò padrona di sedici banche federatizie e ottenne la legittimità di poter praticare l'usura; raddoppiando il prezzo sul commercio dei bachi da seta il contadino locale non poteva più permettersi simili spese e fu così che nel corso di alcuni decenni la comunità ebraica si impossessò con le sue banche di tutto il processo di produzione dei tessuti della seta. Quello che la Zobia faceva, era mimare uno scambio-compravendita di stracci e, dietro le maschere carnevalesche, denunciare i problemi sociali mettendo in ridicolo coloro che ne erano ritenuti responsabili.

Agli inizi del XVIII secolo però, nel 1703 per esattezza, successe qualcosa che nella mia ricerca non sono riuscito a chiarire del tutto, ma che si riversò sul carnevale dell’anno successivo: un nuovo editto, infatti, vietava di «strapazzzare gli ebrei durante le feste di carnevale»; questa legge rimase in vigore fino al 1738. Da questa data in avanti venne nuovamente permessa la raffigurazione della maschera dell'ebreo, ma con una clausola importante: chi si travestiva doveva essere sempre riconoscibile come persona al di sotto del mascheramento e questo è un aspetto che prevale ancora oggi.

Ricordi un'annata particolare cui hai partecipato?

Ricordo una Zobia del 1995 cui partecipai insieme al gruppo di un quartiere popolare di Fiorenzuola, il Gerassa: avevamo realizzato un carro sui cinesi ed io impersonavo Confucio il pensatore. Vincemmo il premio come miglior gruppo; il trofeo, ogni anno, viene tenuto dal quartiere vincitore e rimesso in palio il carnevale successivo, tuttavia vincemmo anche l'anno seguente con "i pirati della mutanda", un carro la cui vela era costituita interamente da biancheria intima.

Come è cambiata la Zobia negli ultimi anni e cosa conserva ancora dell'antica tradizione?

La Zobia è molto cambiata, ma della vecchia tradizione qualcosa c'è ancora: l’attaccamento ai problemi e ai personaggi locali; certo, non ci sono più quelle prerogative sociali che facevano sì che la gente sentisse l'esigenza impellente, tanto fisica quanto psichica, di travestirsi, di uscire, di bere e mangiare a volontà, persino di ubriacarsi, potendo esprimere liberamente quel che si pensa anche se anticonvenzionale e licenzioso. Se circa otto anni fa il carnevale di Fiorenzuola andava a poco a poco decadendo, ponendosi come evento soltanto esteriore, in questi ultimi tre-quattro anni ci sono dei segnali che mi fanno sperare e ho notato che diversi giovani hanno deciso di voler continuare la tradizione.

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